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Un tennista che m’ha sempre affascinato, uno di quelli che, un tempo, stimolò il bambino sottoscritto ad interessarsi di questo sport che vedeva nella lontana Australia, la terra, appunto, del tennis. Già, la racchetta, per diversi anni valse per me quanto la bicicletta, ed anche se le giornate realmente sportive le consumavo a cercare dribbling e tunnel, o calciare il pallone in rete, nulla del calcio poteva farmi giungere alle punte del tennis, del ciclismo, dell’atletica leggera o a qualche volo passionale della boxe. Oggi sono vecchio, ma gli aussie figli di Hopman, sono ancora al centro della mia concezione di uno sport che seguo sempre più marginalmente, nonostante la grandezza di Roger Federer.
Di questo personaggio, di nome Mervyn e d’agnomen Rose, così dimenticato, ne parlai negli incontri con l’immenso Ilic-Mantequilla, anch’egli affascinato dall’era delle racchette di legno e da quegli aussie che dominavano la scena con una costanza incredibile. Rose, era un “bad boy”, uno di quelli che tanto piacciono ad Emily, se non ricordo male…. Tanti anni fa, per scommessa, avevo trovato in biblioteca, un vecchio numero de “Il tennis italiano”, che raffigurava questo autentico cavallo pazzo che s’apprestava a lasciare il campo, con un fascio di racchette sottobraccio e una sigaretta in bocca: straordinario! Avevo fotocopiato quell’istantanea, poi rovinata involontariamente dalla mia piccina di diciotto mesi. Pagherei non so cosa per ritrovarla.
E dire che tre anni prima, al Golden Gala di atletica, avevo vissuto una scena di ugual stampo, ad opera del bad boy astista francese Thierry Vigneron, un tipo che, fra una sigaretta e l’altra, fu autore di un duello a colpi di record del mondo, con Sergey Bubka (5,91 per il transalpino, 5,94 per il sovietico-ucraino). L’anno degli astisti, era il 1984; quello del ritrovamento della foto di Rose risalente al 1954, era il 1987. Tronco e passo al racconto, altrimenti, visto che mi diverto, non la finisco più…..



Mervyn Rose, il bad boy delle sigarette e della birra

…..Mervyn, non piaceva al grande Harry Hompan. Il mitico coach australiano, non sopportava le abitudini di quel tennista, certo virtuoso e pieno di talento come pochi, ma tutte quelle sigarette, quella birra che si faceva a fiumi, si scontravano troppo coi principi sui quali aveva poggiato la sua grande organizzazione.
Così lo convocava poco, ed anche quando Rose batteva i prescelti per la Davis, il cuore del vecchio Harry, non s’inteneriva.
Il giovane “lazzarone”, non si dannava di certo per quei “no”, in fondo stare in ritiro coi regimi imposti da Hopman, era un’autentica tragedia. Meglio riposare in un bar, con cinque birre o sei, perlomeno fino a quando la visione delle tribune del Kooyong non s’appannava. E poi, tutte quelle storie sulle sigarette che tolgono il fiato, no no, meglio veder giocare gli altri.
Mervyn Rose era proprio un bel tipo: la natura gli aveva regalato un braccio ed un polso mancini, così supremi da far roteare la palla dove voleva, spesso con precisione millimetrica. Aveva tutto per diventare una leggenda, ed in piccola parte vi riuscì, perché in campo ci andava e lottava, ma il più delle volte, quando il torneo arrivava nella fase più calda, era costretto ad arrendersi al quinto set, vittima dei morsi della stanchezza e della sua vita sregolata. Le sue gambe si bloccavano e gli arti superiori, comunque sempre svegli, erano costretti ad adagiarsi nell’inutilità. Quelle sconfitte, diverse delle quali evitabilissime, non lo cambiavano, non lo stimolavano, non lo spingevano a nessuna reazione. Indipendentemente dall’esito del match, con la solita flemma, come fosse un rito dei propri cromosomi, stringeva la mano dell’avversario, si accendeva una sigaretta e dopo essersela fumata e prima di accenderne un’altra si faceva la doccia. Uscito dallo stadio, il suo primo pensiero era quello di raggiungere un bar per una buona razione di birra. La sera, alle costanti di fumo e di alcol, aggiungeva l’incontro con qualche ragazza, magari di costumi un po’ così, per non fare troppa fatica nell’arte del corteggiamento.
Con quell’originale modo di fare l’atleta, Mervyn consumò i suoi anni migliori, ed il fatto che sia arrivato a vincere tornei del Grande Slam, Coppe Davis ed altri tornei importanti, la dice lunga sulle sue qualità tennistiche. Quando, nel 1959, passò professionista, proprio per le caratteristiche del nuovo ambiente, decisamente meno bacchettone e stressante di quello ufficiale allora definito dilettantistico, poté addirittura incentivare le sue caratteristiche, o i suoi vizietti. Il pubblico lo amava ugualmente, anche perché pur perdendo il più delle volte contro i vari Gonzales, Hoad, Rosewall, Sedgman ecc., era sempre una garanzia di spettacolo. Come negli anni dell’ufficialità, chi incontrava Rose, sapeva che doveva sudarsi la vittoria e sapeva pure che per una parte del match, avrebbe rischiato di far la figura dello sparring. Scritte così, queste righe potrebbero far passare questo autentico campione del tennis, per uno dal cervello corto, ma la realtà era diversa. Era perfino geniale e lo dimostrò a fine carriera, quando divenne uno dei migliori coach del mondo. La sua “colpa”, era quella di vivere per il gusto di vivere, per divertirsi, per sfruttare senza difficoltà superiori la sua filosofia di vita, le doti che la natura gli aveva dato. Oggi lo definiremmo un personaggio, ma lui era così, senza ricercarsi e senza opportunismi di sorta.

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La sua scheda

Marvyn Rose nacque a Coffs Harbour, nel Nuovo Galles del Sud, la regione di Sydney, il 17 gennaio 1930. A vent’anni era già nella squadra australiana di Coppa Davis. E’ stato classificato fra i primi dieci giocatori del mondo ininterrottamente dal 1953 al 1958, l’anno della sua migliore posizione: numero 3.
In sintesi le sue vittorie più importanti:
1951-Coppa Davis 1952 - Coppa Davis
1953 - Internazionali USA nel Doppio in coppia con Rex Hartwig
1953 - Internazionali del Canada 1954 - Internazionali d’Australia (battendo Rex Hartwig 6/2–0/6–6/4–6/2)
1954 - Internazionali d’Australia nel Doppio in coppia con Rex Hartwig
1954 - Wimbledon nel Doppio in coppia con Rex Hartwig 1957 - Wimbledon nel Doppio Misto in coppia con Darlene Hard
1957 - Coppa Davis
1958 - Roland Garros ( battendo Luis Ayala 6/3 – 6/4 - 6/4 )
1958 - Internazionali d’Italia (battendo Nicola Pietrangeli 5/7–8/6–6/4–1/6–6/2)

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Il "dopo carriera"

Dopo quattro anni di professionismo, Mervyn Rose, decise di fare l’allenatore. Già nel suo ultimo anno fra i prof, ebbe modo di seguire, quando si trovava in Australia, l’ascesa di colei che poi diverrà una delle più grandi tenniste di tutti i tempi, Margareth Smith (poi da sposata Court ed oggi medico-scienziato molti in vista in quel di Perth).
Lo straordinario mancino di Coffs Harbour, mostrò subito doti formidabili per il ruolo. Schietto, capace di insegnare come pochi i colpi, i movimenti e il senso tattico, Mervyn, pur continuando a fumare sigarette e bere birra, si mostrò tremendamente concreto. Evidentemente, gli insegnamenti di Harry Hopman, s’erano impadroniti anche di un ribelle strutturale come lui.
Nel 1964 una grande speranza del tennis femminile americano, l’occhialuta Billie Jean Moffit (poi da sposata, prima del divorzio per omosessualità, King), venne appositamente in Australia, per costruirsi, proprio dal virtuoso mancino, grande giocatrice. Fu un successo strepitoso, perché la Moffit, grazie a Rose, cambiò completamente gioco fino a divenire, al pari della Smith, una delle più grandi giocatrici della storia. La ragazza americana, quando arrivò da Mervyn, si distingueva per potenzialità, ma vanificava molte delle sue doti, per un’evidente insicurezza, da considerarsi quasi timidezza.
Rose, con la consueta schiettezza, affrontò la psicologia particolare della giovane, nella maniera rivelatasi, poi, migliore. “Di cosa devi avere paura, tu sei un uomo che gioca con le ragazze. Sei tu che devi aggredire con cattiveria. I colpi vanno giocati per fare il punto, non per aspettare l’errore, tira fuori i tuoi muscoli!”- le diceva con l’immancabile sigaretta in bocca e con costanza, dopo averla caricata di allenamenti davvero da uomo.
Gli scoop con le due stelle del firmamento femminile del tempo, valsero poi a Mervyn, l’interesse di diverse federazioni per le loro squadre di Coppa Davis e nella carriera del talento mancino del Nuovo Galles del Sud, arrivarono collaborazioni con la Nuova Zelanda, l’Inghilterra, l’Italia e la sua Australia. Fra i giocatori di un certo valore in seguito seguiti, si segnalarono Richard Fromberg, Jan Fletcher, Magdelina Grzybowska e, più recentemente, con particolare riferimento per il ruolo giocato nei suoi successi al Roland Garros, la spagnola Arantxa Sanchez-Vicario.
Mervyn Rose, oggi vive a Sydney e allena ancora, ma non saprei dirvi se fuma come un tempo e si beve una mezza dozzina, o solo tre quattro litri di birra al giorno…

Morris


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MessaggioInviato: martedì 25 settembre 2007, 7:26 
Che bel ritratto Morris, Mervyn Rose non lo conoscevo, quasi per nulla, citato qualche volta in qualche scritto letto, ma niente di più !
Affascinante per me e curioso pensare del rapporto con la mia amata Arantxa : è proprio vero che dal rapporto tra due caratteri opposti può venire qualcosa di buono...


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MessaggioInviato: martedì 25 settembre 2007, 21:26 
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Peso Massimo

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Morris ha scritto:
... Rose, era un “bad boy”, uno di quelli che tanto piacciono ad Emily, se non ricordo male…..



Innanzi tutto ti faccio i complimenti per il pezzo, e ti ringrazio di averci parlato di questo tennista che francamente non ricordo :oops: , mentre è stato un piacere sapere di quanto Margaret Court abbia continuato ad affermarsi nella vita.
Non sono particolarmente attratta dai bad boys di per sè, ma dal fatto che secondo me, proprio chi vuole essere eccessivo, a volte finisce per svelarsi più degli altri, mostrare le proprie fragilità interiori, e a quel punto scatta la mia tenerezza, ma ricordo di aver amato molto gente come Matthes, come tu ben sai e di cui anche mantequilla aveva scritto qui un ritratto, come Ashe, Popov, Edberg, Rivera, che non erano proprio dei cattivi ragazzi


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MessaggioInviato: lunedì 1 ottobre 2007, 11:31 
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E' vero quello che dici Eretico, i caratteri opposti spesso producono grandi risultati, ma se vai a vedere nel profondo, c'è sempre un "perchè" prodotto da chi allena: ovvero la sua disponibilità ad affinare, senza mortificare al proprio credo, l'indole dell'atleta. La sua, è una conquista...potremmo dire di fascino...e di capacità di trasmissione…
Non mi sono mai piaciuti quei tecnici di sport individuali che vivono il ruolo a mo' di catena di montaggio (anche per quelli di squadra, talvolta), forse perchè sono un amante sine die del talento.
Relativamente al tennis, e chiedo scusa per la mia durezza, uno come Bollettoeri lo prenderei a calci in culo.

Cara Emily, concordo: i bad boys sono quelli che urlano tendenzialmente più degli altri quello "scherzo di natura" (come dice un mio amico medico come Ilic), comunemente chiamato talento.
Ti confermo che la Court, virtuosa come poche sul campo, per il suo ruolo odierno non ha sfruttato quel tennis che l'ha resa famosa. Diciamo che ha ripreso sul serio un’altra vita. Molti dei più giovani la conoscono solo per quello che è oggi.
Fra i buoni ragazzi che hai menzionati, uno, Stefan Edberg, era l’icona del mio modo di amare il tennis del dopo racchette di legno e non ancora divenuto……. quello della tecnologia e degli additivi….E poi aveva il merito, per me enorme, di aver lasciato nelle canne del suo maestro, quel mostro svita-schiena e degno di fiele, che è il rovescio a due mani. Sono un tradizionalista, per giunta un po’ pazzo, lo so, ma per accettare uno con quell’obbrobrio, deve avere la classe di un Mecir, di un Connors o dell’odierno scialacqua-talento con safinette relative, Marat Safin. Gli altri, compreso Agassi, a cui riconosco la peculiarità, unica con quella intensità, dell’anticipo, non li sopporto proprio, cambio canale, mi fanno venire il voltastomaco e se li guardo, è solo perché dall’altra parte della rete c’è uno che li può matare: Roger Federer su tutti.

Un saluto ad entrambi.


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MessaggioInviato: lunedì 1 ottobre 2007, 15:30 
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Morris ha scritto:
Cara Emily, concordo: i bad boys sono quelli che urlano tendenzialmente più degli altri quello "scherzo di natura" (come dice un mio amico medico come Ilic), comunemente chiamato talento.

Fra i buoni ragazzi che hai menzionati, uno, Stefan Edberg, era l’icona del mio modo di amare il tennis del dopo racchette di legno e non ancora divenuto……. quello della tecnologia e degli additivi….E poi aveva il merito, per me enorme, di aver lasciato nelle canne del suo maestro, quel mostro svita-schiena e degno di fiele, che è il rovescio a due mani. Sono un tradizionalista, per giunta un po’ pazzo, lo so, ma per accettare uno con quell’obbrobrio, deve avere la classe di un Mecir, di un Connors o dell’odierno scialacqua-talento con safinette relative, Marat Safin. Gli altri, compreso Agassi, a cui riconosco la peculiarità, unica con quella intensità, dell’anticipo, non li sopporto proprio, cambio canale, mi fanno venire il voltastomaco e se li guardo, è solo perché dall’altra parte della rete c’è uno che li può matare: Roger Federer su tutti.

Un saluto ad entrambi.


Però non volevo dire questo, Morris: per me i bad boys non hanno più talento degli altri, ma urlano di più la fragilità interiore, e per questo, spesso, suscitano più degli altri la mai tenerezza.
Su Edberg si è parlato molto, da parte di Clerici che lo conosceva bene, dell'uso di epo nell'ultimo anno della sua carriera, quindi, non lascia proprio questa immagine da immacolato.
A differenza tua, mi ripeto e mi scuso con chi l'ha già letto qui, io invece preferisco il rovescio a due mani, proprio perchè amo i gesti che non costringono a staccare troppo le braccia dal corpo, mi piace la compattezza, il far viaggiare la palla senza dover sbracciare troppo. per questo, il rovescio di Kafelnikov, quello tirato alla giocatore di golf, con scioltezza, da metà campo, o il lungolinea velocissimo, mi sono sempre parsi gesti più belli che abbia ammirato sul campo da tennis.


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MessaggioInviato: giovedì 1 novembre 2007, 23:27 
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Mah….Emily, la mia deformazione professionale mi ha portato ad orientare in un’autoctona direzione la tua concezione sui bad boys. Sarà, ma in carriera ho incontrato tanti atleti anomali o meno comuni, molti dei quali morti agonisticamente prima della notorietà per un insieme di fragilità, o complessi addirittura legati ad un carattere iper-particolare, o alla sfortuna di vivere una famiglia da considerarsi perfetta antitesi di ciò che servirebbe ad uno sportivo.
Il loro talento però, tendenzialmente, ripeto, tendenzialmente più luminoso, è una realtà statistica, anche nell’empirismo di una ricerca personale. Tanto più se mi metto a guardare l’enorme fortuna che ho avuto nell’essermi trovato coinvolto su un multiforme osservatorio sportivo. Vivere una Polisportiva che per visitarla tutta, sarebbero serviti due giorni, con venti sezioni e tredici impianti, è come trovarsi in un Politecnico che ti corazza in continuazione e ti consente di camminare sullo sport ed i conseguenti possibili carotaggi, proprio nelle direzioni meno conosciute o, addirittura, mai narrate dalla divulgazione o dal sempre più parziale giornalismo sportivo fondato sul calcio.
I bad boys (per carità, termine riassuntivo e, a volte, depistante), sono una realtà diffusa (forse perché lo sport è una manifestazione espressiva che si può perfino inserire nell’arte), di cui purtroppo siamo abituati a riconoscere solo i più noti, sono i più istintivi, i meno protetti da loro stessi, i più facili agli errori, a volte i meno educati, i più bisognosi di uno psicologo dello sport o, perlomeno, di una persona accanto, col dono inestimabile del buon senso, ma sono belli, tremendamente belli da raccontare e vivere nelle loro metamorfosi comportamentali, nei loro echi, nelle loro illuminanti stravaganze.
Quando mi capita uno di loro, mi viene sempre in mente uno stereotipo, una lunghista ancora ragazzina, virtuosa come lo sono quasi sempre i mancini, con due piedi che parevano le molle dell’ispettore Gadget, insomma un potenziale vulcano che veniva ogni giorno frenato dal padre: un imbecille che la vedeva come un suo braccio aggiunto. Insomma un caso dei tanti che non diventano famosi, per i più svariati motivi e che mi piacerebbe un giorno raccogliere, magari a mo’ di pubblicazione, come una risposta empirica ai tanti “perché”….

Su Edberg, perché mi dovrei stupire?
Credo sia uno dei tantissimi dello sport di vertice e non solo delle discipline di forza resistente, che hanno incontrato quel farmaco, quella forma di doping. L’immagine di immacolato è, appunto, un’immagine, un’apparenza sulla quale il doping conterà sempre meno. Da ormai tre lustri, relativamente a questo flagello-metodica, la mano sul fuoco non la metto su nessuno, in altre parole non sogno più. Semmai, grazie all’esperienza e a quei colloqui che mi sono stati possibili e che i giornalisti difficilmente possono raccogliere per motivi ovvi, riesco a fare delle differenze fra chi è a dieci, e chi a cinquanta, ma a zero non ne metto nessuno, proprio nessuno. Diciamo che considero zero, pubblicamente, chi non è mai stato pizzicato, ma in cuor mio, so che si è tradotta, a livello di superamento dei controlli, un’ottima risposta nel lavoro oscuro dell’atleta e del suo staff. Ed è per questo che amo sempre più la storia dello sport e gli atleti più lontani, semplicemente perché la loro base, era quella delle amfetamine che alzano la soglia del dolore, ma non modificano le cilindrate e le essenze dei motori.

Sul rovescio a due mani.
Beh i gusti restano gusti, ed io non metterei mai il rovescio di Rosewall sullo stesso piano di quello di un Kafelnikov, mi si rivolterebbe la bile. La stessa cosa, viceversa, potrà accadere a chi è all’opposto delle mie preferenze. C’è un aspetto però, che è dimostrabile ed innegabile anche se fa comodo non propagandarlo: il rovescio bimane è innaturale e sottopone il fisico del tennista a degli stress suppletivi e più logoranti. Ci sono casi di atleti che han dovuto smettere prestissimo, o presto, perché il rischio di finire in una sedia a rotelle era forte (Andrea Jegger, Gene Mayer), proprio a causa dell’incapacità del loro fisico, di sopportare quella roteazione svitaschiena e ammazza anche, del per me mostriciattolo rovescio bimane.
Altri hanno avuto, e mediamente capita più o meno a tutti i bimani, una carriera più corta (con le classiche eccezioni che ci sono dappertutto), per non parlare dei tangibili problemi alle anche, in cui parecchi di loro sono incorsi durante l’attività agonistica.
E’ di oggi l’annuncio della positività alla cocaina di Martina Hingis a Wimbledon e del conseguente ritiro dall’attività. Bene, per me è certa la sua non dipendenza alla coca e sono altresì convinto che dica la verità quando parla di analisi del capello negative. Ma la sua positività è accertata, per un motivo semplice. I metaboliti della coca, possono ritrovarsi nelle urine dai due ai quattro giorni seguenti l’assunzione di anestetici locali, aventi una base diretta di coca, o di suoi derivati come xilocaina, bupivacaina, procacina e lidocaina. L’assunzione di un potente antidolorifico (tipo quelli che si usano prima di operazioni chirurgiche o per limitare il dolore correlato a traumi) e con un grave errore del medico di Martina, è senz’altro dovuto ai problemi molto forti che la svizzera ha da tempo ad un’anca. Guarda caso, anche lei usa da sempre il mostriciattolo bimane…..

Ciao!


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MessaggioInviato: domenica 11 novembre 2007, 16:54 
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Morris ha scritto:

Beh i gusti restano gusti, ed io non metterei mai il rovescio di Rosewall sullo stesso piano di quello di un Kafelnikov, mi si rivolterebbe la bile. La stessa cosa, viceversa, potrà accadere a chi è all’opposto delle mie preferenze. C’è un aspetto però, che è dimostrabile ed innegabile anche se fa comodo non propagandarlo: il rovescio bimane è innaturale e sottopone il fisico del tennista a degli stress suppletivi e più logoranti. Ci sono casi di atleti che han dovuto smettere prestissimo, o presto, perché il rischio di finire in una sedia a rotelle era forte (Andrea Jegger, Gene Mayer), proprio a causa dell’incapacità del loro fisico, di sopportare quella roteazione svitaschiena e ammazza anche, del per me mostriciattolo rovescio bimane.
Altri hanno avuto, e mediamente capita più o meno a tutti i bimani, una carriera più corta (con le classiche eccezioni che ci sono dappertutto), per non parlare dei tangibili problemi alle anche, in cui parecchi di loro sono incorsi durante l’attività agonistica.
E’ di oggi l’annuncio della positività alla cocaina di Martina Hingis a Wimbledon e del conseguente ritiro dall’attività. Bene, per me è certa la sua non dipendenza alla coca e sono altresì convinto che dica la verità quando parla di analisi del capello negative. Ma la sua positività è accertata, per un motivo semplice. I metaboliti della coca, possono ritrovarsi nelle urine dai due ai quattro giorni seguenti l’assunzione di anestetici locali, aventi una base diretta di coca, o di suoi derivati come xilocaina, bupivacaina, procacina e lidocaina. L’assunzione di un potente antidolorifico (tipo quelli che si usano prima di operazioni chirurgiche o per limitare il dolore correlato a traumi) e con un grave errore del medico di Martina, è senz’altro dovuto ai problemi molto forti che la svizzera ha da tempo ad un’anca. Guarda caso, anche lei usa da sempre il mostriciattolo bimane…..

Ciao!


No, io non faccio l'opposto nella comparazione :) , amo entrambi i rovesci, quello di Rosewall e quello di Kafelnikov, niente mi sembra mostricciatolo,non escludo nessun gesto. Ma ho qualche dubbio che il tuo odio estetico per il bimane lo abbia investito di colpe che non ha, o ha solo in parte. Per esempio, per le anche rovinate, come quelle di Kuerten, per esempio, o di Muster, che avevano il rovescio ad una mano, da quello che ho letto il responsabile sarebbe piuttosto il dritto colpito frontalmente.


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emily ha scritto:
No, io non faccio l'opposto nella comparazione :) , amo entrambi i rovesci, quello di Rosewall e quello di Kafelnikov, niente mi sembra mostricciatolo,non escludo nessun gesto. Ma ho qualche dubbio che il tuo odio estetico per il bimane lo abbia investito di colpe che non ha, o ha solo in parte. Per esempio, per le anche rovinate, come quelle di Kuerten, per esempio, o di Muster, che avevano il rovescio ad una mano, da quello che ho letto il responsabile sarebbe piuttosto il dritto colpito frontalmente.


Emily, il tennis, come tanti altri, è uno sport ad alta incidenza deformante, e gli infortuni da stress, sono all’ordine del giorno: per via naturale e per gli echi-effetti di qualcosa oggi presentissimo nelle metodiche di un atleta, soprattutto se di vertice, ed hai capito a cosa alludo. So che è difficile e poco accettabile come una forma di intima difesa dei propri valori, ma di atleti vergini io non ne vedo più da tempo….ed erano rari anche quando ero un bambino o non ancora nato, ma almeno oggi, so che le “evoluzioni” di quegli atleti lontani, non erano strutturali, ma collegabili al solo evento singolo. Sarò più preciso nel thread specifico….

Vedi Emily, fra i miei tanti difetti, c’è quello di una visione dell’estetica che si poggia su un soggettivismo che, a volte, non voglio cancellare, ed i motivi di questa mia difesa estrema, stanno sull’ipocrisia di fondo, tanto presente nello sport, di non voler ammettere certe incidenze e certe realtà non proprio lineari: certo realtà funzionali ad uno scopo, ma pur sempre non lineari. In questo contesto, il tennis è uno degli sport in assoluto peggiori, meno credibili. Quindi, ammetto che il rovescio bimane non mi piace, mi è antipatico, lo vedo sempre nero e lo accetto prendendolo come una tortura, ma lo faccio con una ragione esistente che ovviamente altero, ma c’è. Non è bello e gradevole, poterlo dire con la cognizione di causa venuta a mio suffragio, da un personaggio importante, che ci ha studiato sopra e che, nell’anonimato che vuole ed esige, premette quanto le mosse ufficiali degli altri siano le sue medesime e che si riassumono in un atteggiamento: far finta di nulla. Sarà, ma il mio estremismo, è una nocciolina di fronte al suo, eppure guardandolo dall’esterno nessuno lo direbbe….. Quindi preferisco chiudere qui, dichiarando appunto il mio estremismo alla luce del sole, ma so per certo che sono tanti, ma proprio tanti a pensarla come me, senza dirlo o poterlo dire, tanto meno a scriverlo in un articolo. E poi, quello che conta sono i risultati, nel tennis di più che altrove, visti i soldi che vi girano, ed è giusto che uno che ha un rovescio da pollo, possa divenire discreto o addirittura bravo grazie alla versione bimane, per giunta anche più adatta per rispondere al meglio l’evoluzione che giunge dalla chimica….Scusa, ma questa m’è scappata. Esattamente come l’emodoping ha esaltato i passisti penalizzando gli scalatori nel ciclismo….


Gli infortuni.
Non ho fatto a caso gli esempi della Jegger e di Gene Mayer. Potevo giungere fino alla Hingis, passando per Chang e lo stesso Jim Courier (anche se su questo ci sarebbe dell’altro) e ce ne sarebbero altri ancora. Mi sono fermato a quei due, per un motivo preciso: han giocato in epoche dove l’incidenza del potenziamento “chimico” era ancora grezza, o, addirittura, in fase di sperimentazione. I loro infortuni erano perciò più credibili, perché più vicini al netto delle tristi metodiche che avviluppano i tennisti e gli sportivi di oggi. Sul dritto colpito frontalmente, rimando agli inizi: lo sport è spesso deformante, ed i fisici di chi lo pratica non sono uguali, così come non tutto si può salvare o risistemare con quella chimica che abbonda anche fra le bocce….

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MessaggioInviato: venerdì 28 dicembre 2007, 12:47 
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Ciao Morris, per gli infortuni io invece la penso come Tommasi: l'introduzione del cemento, mentre ai tempi di Laver, per esempio, si giocava sull'erba e sulla terra. Le microfratture credo siano dovute prevalentemente a questa superficie. Poi, d'accordo sul doping e anche su un certo sviluppo della muscolatura, magari ad esso collegato, che fa sì che i tendini siano troppo tesi e si spezzino.Sì, l'estetica è qualcosa di soggettivo in questo campo: come ti dissi, amo i movimenti tennistici che ti consentano di non sventagliare tanto, di non staccare troppo le braccia dal corpo, per cui preferisco il bimane


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